Per stereoscopia si intende la particolare tecnologia che consente di mostrare agli spettatori oggetti che entrano ed escono dallo schermo: in altre parole, il "3-D con gli occhialini".
Ho inziato ad interessarmi di stereoscopia alcuni anni fa, prima che diventasse una moda (almeno in Europa), e l’ho studiata approfonditamente dal punto di vista tecnico, percettivo e soprattutto linguistico.
Il risultato di questi studi è racchiuso nella mia tesi di laurea prossima alla pubblicazione, dal titolo "Pensare in stereoscopia".
La produzione audiovisiva S3D (è questo infatti il termine corretto) è molto complessa dal punto di vista tecnico, ma richiede anche e soprattutto una conoscenza completa degli aspetti scientifici legati alla visione binoculare.
Solo con queste competenze è possibile gestire efficacemente una produzione S3D e sviluppare una narrazione per immagini tridimensionali in modo sensato e non casuale.
Di seguito puoi trovare le risposte ad alcune delle domande più frequenti sulla stereoscopia. Se cerchi ulteriori informazioni, sentiti libero di contattarmi: sarò felice di rispondere alle tue domande.
La stereoscopia ha lo stesso senso che hanno il suono (prima mono, poi stereo e poi ancora surround), il colore o il formato panoramico: un senso che sta nelle sfumature. Come il suono e il colore consentono di aggiungere delle sfumature differenti alla narrazione della scena, così la possibilità di scolpire lo spazio aumenta le possibilità espressive del regista. (Quasi) nessuno mette più in discussione l’efficacia di strumenti quali suono e colore: trascendono il genere, il budget, la nazione di provenienza e la cultura di riferimento di un film. Fanno ormai parte del cinema. Molti ritengono che la stereoscopia sia utile solo per alcuni tipi di prodotto o per i grandi colpi ad effetto – come la pistola o il pugno che escono dallo schermo in faccia allo spettatore – ma ritengo invece che l’efficacia della stereoscopia stia in utilizzo più raffinato, come in Avatar, che - pur nella sua spettacolarità - non si abbandona mai a facili espedienti visivi. Come l’uso del suono si è evoluto e raffinato dai tempi di The Jazz Singer e non tutti i film sono un musical, allo stesso modo sono convinto che il futuro della stereoscopia stia in un utilizzo sempre più sottile e meno autoreferenziale.
A parole è molto semplice: con una telecamera a doppia ottica o con due telecamere, si registrano le immagini da due punti di vista leggermente diversi, un po’ come fanno i nostri occhi. Le immagini vengono poi mostrate separatamente ai due occhi, mostrando a ciascun occhio solo le immagini ad esso destinate. Il metodo più diffuso per isolare i due occhi è un paio di occhialini più o meno bizzarri: attivi o passivi, colorati o meno, il concetto è lo stesso. Cambia solo la tecnologia impiegata.
Una volta che entrambi gli occhi sono sottoposti alle rispettive immagini, ci pensa il cervello a ricomporre i due punti di vista in una scena tridimensionale: questo processo percettivo è chiamato "stereopsi". In linea teorica può sembrare facile, ma in pratica è molto più complesso, dal momento che per innescare la stereopsi il livello di precisione delle immagini dev’essere elevatissimo. In caso contrario, il gioco non funziona e non si percepisce nessun effetto tridimensionale (ma in compenso un grande mal di testa)..
Effettivamente alcune persone non sono a proprio agio di fronte ad immagini stereoscopiche e non riescono a percepire bene l’effetto tridimensionale. Da un lato, la qualità di un prodotto S3D è spesso altalenante: anche al cinema ci sono film eseguiti in modo gradevole ed efficace (come Avatar o Toy Story 3) così come vere e proprie speculazioni in cui l’effetto 3-D è pessimo (come Clash of the Titans o The Last Airbender). Quindi eventuali problemi nella percezione dell’effetto tridimensionale potrebbero essere legati alla qualità del film o del video. In alternativa potrebbe esserci un difetto nella tecnologia impiegata nella visualizzazione: il proiettore, il televisore o gli occhiali. Esistono infatti tecnologie più o meno valide, le cui prestazioni sono variabili. Infine c’è anche la possibilità che il problema sia proprio nello spettatore: esiste infatti circa un 3,5% di popolazione mondiale del tutto impossibilitato a vedere in stereo visione per diversi motivi, quali cecità da un occhio, strabismo, forte miopia e così via. Un altro 15-20% di persone invece ha una capacità limitata di vedere in stereo visione per la scarsa abitudine alle immagini S3D artificiali: in questo caso, la capacità visiva può essere allenata e migliorata con il tempo insistendo nel vedere immagini e video in stereoscopia. Ad ogni modo, data la varietà di situazioni possibili, il mio consiglio è quello di non giudicare la stereoscopia dopo un’unica o pochissime visioni, ma di provare più volte con film, cinema, tecnologie diverse.
La stereoscopia non è solo una questione di telecamera: non basta utilizzare “le stesse telecamere di Avatar”, come recitano alcuni trailer. Le immagini S3D possiedono alcune caratteristiche specifiche, come la profondità complessiva dell’immagine (depth bracket), il fattore di rotondità dei singoli elementi (roundness factor) e la collocazione rispetto al piano dello schermo (depth position) che possono essere controllati solo con una buona conoscenza degli aspetti tecnici da cui dipendono e dalla capacità di comporre l’immagine. E’ bene specificare che la maggior parte delle telecamere 3-D spacciate per un uso professionale non è assolutamente in grado di garantire i controlli di base adeguati ad una produzione dagli obiettivi seri: affidarsi a questo tipo di attrezzature equivarrebbe ad utilizzare una telecamera consumer che non consenta controlli manuali. Nello specifico, ogni telecamera 3-D che non consente di variare manualmente la distanza tra le due ottiche è sostanzialmente amatoriale..
Per "3-D nativo" si intende ciò che è girato direttamente in stereoscopia, con una telecamera a doppia ottica o con due telecamere sicronizzate. In questo modo, già in ripresa sono state create immagini per entrambi gli occhi. Per "3-D convertito" si intende invece un’immagine originariamente bidimensionale che viene resa stereoscopica in fase di post produzione. Sostanzialmente si tratta di intervenire sull’immagine di partenza, manipolandone gli elementi, in modo da creare una nuova immagine che simuli un punto di vista leggermente differente per l’altro occhio. Ogni scelta ha i suoi pro e i suoi contro: girare in stereoscopia può garantire risultati precisi ed eccellenti, ma è anche vero che allunga drasticamente i tempi di ripresa ed i costi, richiede persone specializzate ed attrezzature sofisticate. Inoltre è difficilissimo fare un compositing di effetti speciali sulle riprese in 3D nativo. Per contro, la conversione ha dei limiti più o meno evidenti a seconda del metodo utilizzato e soprattutto a seconda del tipo di immagine su cui è eseguita, ma è anche vero che ha un costo inferiore più o meno fisso, ha discreti margini di libertà ed è più facile implementare gli effetti speciali..
Dipende. Innanzitutto esistono metodi di conversione più validi di altri. Detto questo, se la conversione è ben eseguita e rappresenta solamente un espediente tecnico, dopo che le riprese sono state concepite e pre-prodotte specificamente per la stereoscopia con cognizione di causa, non c’è nulla di sbagliato nello scegliere la strada della conversione e il risultato finale non farà rimpiangere questo espediente. Vi è però una complicazione: per progettare in modo adeguato un film con la conversione già in mente, è necessario che la maggior parte delle persone coinvolte, a partire dal regista, abbia una buona esperienza pregressa di produzioni stereoscopiche in S3D nativo. Questo perché è davvero complesso progettare una corretta narrazione in stereoscopia con una conoscenza superficiale della disciplina. Se invece si lavora in stereoscopia già in ripresa, si ha un feedback diretto ed immediato delle proprie scelte, con la possibilità di accorgersi subito se qualcosa non dà i risultati sperati. Questo consente di correre tempestivamente ai ripari e risolvere i problemi alla radice.
Più che diverso, è più completo. Questo perché aumenta le variabili da tenere in considerazione nel concepire la scena. Anche le immagini del cinema tradizionale – quelle non S3D – hanno una loro profondità grazie ad alcuni indici spaziali bidimensionali (come la prospettiva, la grandezza degli elementi, l’occlusione, la direzione e l’intensità di luci ed ombre…) che non necessitano della visione binoculare: percepiamo tutte queste cose anche se chiudiamo un occhio. Quando si passa alla stereoscopia, questi fattori non passano in secondo piano, ma più semplicemente a questi si aggiunge la percezione tridimensionale delle immagini. A volte le due cose si affiancano, mentre in altri casi gli indici di profondità bidimensionali entrano in conflitto con quelli tridimensionali. Bisogna dunque essere in grado di armonizzare tutti gli indici di profondità, stereoscopici e non. In stereoscopia non si tratta più di "inquadrare" la scena, ma piuttosto di "inscatolarla". Il piano dello schermo si dilata fino a divenire una piramide tronca, chiamata depth range, nella quale devono essere rinchiusi tutti gli elementi. Non basta ragionare in termini di piani di grandezza - di un’inquadratura larga o di una stretta - o posizionare i soggetti su un piano, ma bisogna anche chiedersi dove saranno collocati gli elementi rispetto allo schermo (depth position), quanto sarà profonda l’immagine (depth bracket) e quanto saranno scolpiti i singoli elementi (roundness factor). Si può anche decidere di variare la posizione della cornice dello schermo: in avanti, indietro, inclinata in orizzontale, in verticale, in diagonale…
Ci sono alcune costanti da tenere sempre bene a mente che riguardano le capacità visive dello spettatore. Le immagini S3D artificiali possono essere lette dall’essere umano grazie alla capacità del sistema visivo di mantenere indipendenti l’uno dall’altro il processo di convergenza (la capacità di ruotare i bulbi oculari e rivolgerli contemporaneamente verso uno stesso oggetto) e quello di accomodazione (la capacità di mettere a fuoco un oggetto). Tuttavia, anche se i due processi sono indipendenti l’uno dall’altro, esistono limiti ben marcati alla differenziazione del punto di accomodazione e di quello di convergenza. Il risultato è che esiste una comfort zone: una porzione di spazio dove possono essere collocati gli elementi dell’immagine in modo comfortevole da guardare e al di fuori della quale gli elementi verranno percepiti come sdoppiati e fastidiosi. La comfort zone è di dimensioni direttamente proporzionali a quelle dello schermo e bisogna sempre accertarsi che nessun elemento sia fuori da essa. Tuttavia la comfort zone è troppo vasta per essere rielaborata interamente in uno spazio tridimensionale in uno stesso istante. Per questo è necessario circoscrivere la profondità di una scena a una porzione lunga circa un terzo della comfort zone, ma posizionata ovunque all’interno della confort zone: questa porzione si chiama fusion range ed è la profondità massima che un’immagine può avere senza infastidire il sistema visivo dello spettatore. Ci si ricordi poi delle aree di retinal rivalry: sono i bordi a destra e sinistra dell’immagine dove un oggetto apparirebbe solo in una delle due immagini retiniche, cosa che avviene in natura solo per oggetti molto vicini al viso e dunque pericolosi o fastidiosi. A meno che non sia in movimento rapidissimo, nessun elemento deve mai essere posizionato in queste aree dell’inquadratura. Infrangere queste semplici regole non farà altro che frustrare lo spettatore
Premettendo che equivale a chiedere "come si può sfruttare la fotografia a scopi narrativi?" oppure "come si possono utilizzare le inquadrature a scopi narrativi?", questa domanda apre un mondo di risposte che meriterebbero di essere approfondite (nella mia tesi ne parlo per più di 100 pagine). Quello che posso dire con certezza è che in stereoscopia è fondamentale una grande attenzione alla grandezza dello schermo su cui il film andrà fruito. Dal punto di vista tecnico, un video S3D può essere visto tranquillamente su uno schermo di dimensioni più piccole di quello per cui è stato creato (ma non più grande!), senza che questo crei problemi alla visione, ma dal punto di vista narrativo non è affatto così. In stereoscopia non si ha a che fare con delle inquadrature, ma piuttosto con dei volumi e delle masse. Un personaggio che su uno schermo cinematografico appare a grandezza naturale, tanto che lo spettatore rimane stupito dal suo realismo, su un televisore diventerà un soldatino in movimento. Questo è il motivo per cui molte persone, testando i televisori 3-D nei negozi, rimangono fortemente insoddisfatti e affermano che il 3-D è bello solo al cinema: nei negozi vengono infatti proposti film in blu-ray pensati e realizzati per il grande schermo e pertanto insoddisfacenti su un display più piccolo. Tenendo dunque sempre presente per quale schermo si sta progettando, la stereoscopia dà il suo meglio se utilizzata in modo sottile e a scopo connotativo. A seconda delle situazioni, è molto efficace poter decidere la posizione degli elementi, della scena e dello schermo stesso nello spazio di fronte allo spettatore. La scena può essere portata vicino al pubblico, per coinvolgerlo, oppure allontanata, per creare un certo distacco. È poi bene giocare con i volumi dei personaggi e degli oggetti, tenendo conto che oggetti leggermente più piatti appaiono ingigantiti, mentre oggetti più scolpiti sono molto vividi e ad impatto. La modulazione nel tempo di volumi e posizioni, che può andare di pari passo con l’andamento della storia oppure essere in contrasto con esso - un po’ come nella colonna sonora - è l’arma più potente che la stereoscopia mette a disposizione dei registi. In questo senso Il Delitto Perfetto di Alfred Hitchcock, per chi ha avuto la fortuna di vederlo in stereoscopia, è un capolavoro assoluto e fonte di grande ispirazione. Chiaramente la chiave del successo di questo modo di operare sta nella capacità di rendere tutto molto fluido e non grossolano, altrimenti la sensazione sarebbe analoga a quella di vedere un film in cui alcune scene sono in bianco e nero, mentre altre sono a colori: è possibile farlo per progetti specifici, ma non può essere applicato a tutti i film indistintamente.
Sì, eccome. Innanzitutto l’aiuto più valido è lo "stereografo" (o meglio il "direttore di stereografia") e cioè la persona che gestisce tutta la parte tecnica e teorica della stereoscopia del film. In fase di ripresa e non solo, è in grado di dire cosa è possibile fare e cosa no, di fornire il proprio parere sulle scelte di regia riguardo alla stereoscopia e di assicurarsi che il risultato finale sia quello voluto inizialmente. In sostanza, il direttore di stereosgrafia sta alla stereoscopia come il direttore della fotografia sta alla fotografia del film. Non a caso, si dice che "3-D" stia per "3 Directors": il regista, il direttore della fotografia e appunto il direttore di stereografia. Tuttavia il regista dovrebbe essere il primo a "pensare in stereoscopia" il film e per fare questo esistono diversi strumenti in grado di faciltare la progettazione dell’andamento tridimensionale del progetto. Il sisitema che suggerisco e che garantisce un controllo progettuale pressoché totale è una sorta di sistema a scatole cinesi (o matrioske se preferisci). Il concetto è che il regista abbia un budget di profondità da distribuire scena per scena, inquadratura dopo inquadratura, lungo tutto il film. Il primo step è dunque costruire una specie di partitura della profondità di tutto il film a livello macroscopico: io chiamo questo documento "depth budget plan". Il secondo step è fare la stessa cosa sequenza per sequenza, sforzandosi di stare all’interno dei paletti stabiliti precedentemente nella macrostruttura. Si passa poi alle scene, dove è necessario uno strumento più preciso, come la depth chart: un grafico che indica gli elementi principali dell’inquadratura con linee colorate, mostrandone l’andamento spaziale nel tempo, inquadratura per inquadratura. L’ultimo step è infine quello delle singole inquadrature. Rispettando quanto stabilito nei passaggi precedenti, si può scendere nel massimo dettaglio con degli storyboard dove la posizione e il volume di ogni elemento è codificato in qualche modo (spesso cromaticamente), oppure disegnando direttamente gli elementi sul cono visivo dello spettatore in un depth sheet. Naturalmente si possono prevedere delle eccezioni per qualche inquadratura particolare o anche per intere scene, ma consiglio vivamente di rispettare il più possibile la logica delle scatole cinesi, altrimenti si rischia di perdere il controllo dell’andamento generale del film.
Chiaramente ci sono moltissimi espedienti che possono essere utilizzati caso per caso, a seconda delle necessità, ma esistono anche buone pratiche valide più o meno sempre. In generale, per qualsiasi progetto in stereoscopia, è sempre bene pensare la profondità delle immagini nel loro sviluppo temporale e introdurre spesso un leggero movimento – di camera o dei soggetti – che accentui la profondità delle forme: questo è vero anche per un film tradizionale, ma in stereoscopia è ancora più gradevole. Inoltre è preferibile riprendere i soggetti da vicino, usando lenti mediamente più corte rispetto a quelle normalmente impiegate per riprese tradizionali. Allo stesso modo, ci sono alcune cose da evitare nella maggior parte dei casi. Eccone alcune: non si taglino mai porzioni di elementi posizionati fuori dallo schermo; non si accostino mai in montaggio due inquadrature che presentano in rapida successione oggetti molto vicini allo spettatore e subito dopo oggetti molto lontani, perché il salto ottico è molto oneroso per il sistema visivo (in natura infatti non può mai accadere); non si simuli la profondità con oggetti, scenografie, o effetti speciali – reali o virtuali – che siano bidimensionali, perché si noterà subito che non hanno volume; non si tenga mai uno sfondo troppo fuori fuoco o a tinta piatta perché la visione binoculare non è in grado di leggere spazialmente questo tipo di immagini; allo stesso modo, dei pattern ripetitivi non possono essere letti correttamente dal sistema visivo. Infine un consiglio personale: non si esageri nulla. La stereoscopia funziona tanto meglio quanto è subliminare.
"Il 3-D Aggiungerà una grande forza ai film. Li renderà senza paragoni il più potente mezzo espressivo che chiunque abbia mai sognato" – D. W. Griffith